domenica 12 gennaio 2020

E' GIUNTO IL MOMENTO DI CONDIVIDERE IL MIO RACCONTO "LA LILIA".
ECCOLO, PER CHI VOLESSE LEGGERE UNA STORIA VERA.


LA LILIA
Era il 1 maggio dell’anno 1939 quando la Lilia, con mamma, papà e sorella maggiore, toccò per la prima volta il suolo italiano.  Aveva 13 anni e arrivava dall’Alsazia, da un paesino di minatori dove il padre si guadagnava il pane lavorando sotto terra, né più né meno come aveva fatto nel proprio paese natio, Macugnaga, prima di emigrare.  La fortuna si era dimenticata di loro e così, pur non volendolo fare, Mattia aveva firmato un documento che consentiva a lui e alla sua famiglia di rientrare in Italia, a spese dello stato fascista e con la certezza di un lavoro per tutti. 
A Domodossola non solo lo aspettava il lavoro alla Galtarossa, ma pure un alloggio con annessa la cura del giardino della Villa Chiossi, un lavoro di domestica per la moglie e uno in manifattura per le figlie.  Che non sapevano una parola di italiano.
La Lilia andava, con la sorella, ogni giorno a piedi da una parte all’altra della città e, piano piano, imparava la lingua, intrecciava piccole e sparute amicizie – che scoprirà in seguito sarebbero durate nel tempo -, immaginava di potersi un giorno mantenere da sola.  Andava anche a fare le pulizie da una famiglia benestante della città, e il lavoro non la disturbava, era abituata da sempre a darsi da fare per sé e per gli altri.
A Ottange era andata a scuola fino alla terza elementare, ma era curiosa, le piaceva leggere, aveva sogni e desideri piccoli ma importanti.  Era bella, con la vita sottile e occhi grigio azzurri come il cielo di primavera, quando è solcato da quelle nubi che non si sa se porteranno pioggia.  Le dicevano che assomigliava a Ingrid Bergman e lei solo dopo un po’ di tempo scoprì chi fosse quella bellissima e famosa attrice.
I genitori consentivano a lei e alla sorella maggiore, Lina, di andare a ballare al Trocadero, che era proprio sotto casa e dunque a portata di voce e di occhi.  Lì la Lina conobbe Giuseppe, un uomo scavato nel viso e nel corpo, reduce da un campo di concentramento in Jugoslavia, se ne innamorò e lo volle sposare.  Alla Lilia venne presentato il fratello di Giuseppe, un certo Nino, piccolo e dai capelli nerissimi, ma non brutto come l’altro, non patito, e all’apparenza in salute;  laureato in giurisprudenza, faceva il maestro elementare e, anche se non lo avrebbe mai immaginato, la Lilia se ne innamorò.
Così, due fratelli sposarono due sorelle, seppur in tempi diversi.
La Lilia ci mise nove lunghi anni per convincere quell’ometto a mettere su casa, legato com’era ai propri genitori.  Dunque, sì, l’avrebbe sposata, ma i genitori di lui sarebbero andati a vivere con loro.
E la Lilia accettò.  Iniziò la sua nuova vita con tre persone, di cui due anziane.  Il suocero era un ragazzo dell’89, la suocera di poco più giovane.  La camera grande andò ai vecchi, quella più angusta agli sposini.  La cucina era condivisa e la Lilia dovette da subito far fronte alle abilità culinarie della suocera, lei che a stento sapeva cucinare due uova fritte.  In fondo, era una ragazza che aveva sempre lavorato, e alla cucina ci pensava sua mamma Natalina.  E il Nino, anche se non glielo diceva perché era persona gentile ed educata, ed anche innamorato di lei, amava la cucina materna.
Di nuovo, poco alla volta, la Lilia imparò a cucinare, in silenzio e con umiltà.
E dopo tre anni di matrimonio sentì il desiderio di avere un figlio.  Lei, ma il Nino no.  Uomo di ispirazione leopardiana, sosteneva che la vita sia solo sofferenza, certo che la natura matrigna promette ma non mantiene;  non avrebbe dunque messo al mondo un figlio destinato a soffrire.
Qualche tempo dopo la Lilia comunicò al marito di essere in dolce attesa.  Dolce per lei, ché il marito per tre mesi non le parlò, degnandola solo di un saluto alla mattina e uno alla sera. 
E un giorno lei se lo mise davanti e gli disse:   – Guarda che c’eri anche tu…  E lui ricominciò a parlarle.
Il 6 agosto dello stesso anno, il 1960, nacque la loro unica bambina.  Lui andò a vederla il giorno dopo, ché aveva da fare a scuola, e nessuno ancora sapeva che nome avrebbe avuto la piccola.  La Lilia aspettava il marito per decidere insieme.  Ma quando lui propose di perpetuare il nome di famiglia, cioè Concetta, lei lo guardò e poi disse all’ostetrica:  - La bimba si chiama Silvia.
Lasciò il lavoro per dedicarsi alla creatura appena arrivata, ma quella fortuna un po’ miope aveva pensato anche ad altro.  Dopo nemmeno un mese il suocero si ammalò gravemente, rimase paralizzato e in coma, ma a casa.  E la Lilia passava il tempo ad accudire il vecchio e a lavare montagne di lenzuola e pannolini.  La Silvia era passata nelle mani dei nonni materni che abitavano al piano di sopra. Fino al giorno di Natale di quello stesso anno, che il nonno morì.
Da allora il Natale divenne un giorno di lutto e la festa degli altri non fu più la festa della Lilia e della sua famiglia. Ma quando la bimba compì i cinque anni, la signora Alda, presso cui la giovane francesina tempo addietro andava a fare i lavori, arrivò con in mano un alberello verde, tutto decorato, piccolo ma luminoso.  E riportò la luce e la festa in quella casa e negli occhi della Lilia e della sua bambina.
Il Nino le regalò una lavatrice, anche se pensava che lei avrebbe preferito un televisore.  Una famiglia nel quartiere ce l’aveva ed era bello stare con loro a guardare Mike Bongiorno e Il Musichiere.  Ma la Lilia voleva solo una lavatrice, che lavasse i panni al posto suo, visto quanti ne aveva lavati a mano sino ad allora.
Intanto la bimba cresceva, così come l’erba sui prati dietro casa, quell’erba che tutti insieme nel quartiere andavano a falciare per farne covoni e cibo per le bestie. Il Pierino passava con un carro trainato da un trattore, tutti montavano su e andavano a fare il fieno.  Le donne cantavano, i bambini giocavano a nascondino nei mucchi d’erba accatastati e nessuno li sgridava. 
La Lilia a volte guardava fuori dalla finestra della cucina e con la bimba in braccio cantava una canzone triste, che parlava di una chiesetta alpina e di un innamorato che sarebbe forse tornato.  Piangeva piano, sorridendo alla sua bimba dagli occhi altrettanto blu.  Chissà cosa vedevano quegli occhi di bambina e chissà cosa sognavano quegli occhi di giovane donna.
Il marito tornava tardi la sera, ché aveva lasciato il lavoro di maestro per diventare ispettore del lavoro. E per sei mesi aveva lasciato anche la famiglia, per andare a imparare il nuovo mestiere a Caserta, nella scuola che stava dentro la Reggia.  Aveva preso alloggio da una signorina, la Cettina, e la Lilia ne era un po’ gelosa.  Cettina non si era mai sposata, il fidanzato morto in guerra, da aviatore, e lei ancora lì con lui e solo lui nel cuore.  Molti anni dopo, avrebbe fatto dono alla giovane Silvia del suo completo di nozze, camicia da notte e culottes di seta rosa ricamate a mano da lei stessa. Tornato da Caserta il Nino portò alla piccolina un cagnolino di peluche con un campanellino al collo.  Anni dopo, quando il cagnolino divenne vecchio e un po’ sgualcito, la Lilia gli fece un cappottino azzurro all’uncinetto, perché la bimba non voleva separarsi da lui. 
Un giorno il Nino comprò una macchina, una Fiat 600 blu con il motore della 850, un salto sociale per la piccola famiglia e una nuova indipendenza.  Domeniche trascorse insieme al lago, sulle isole, in giro per le valli dell’Ossola, ai giardini dell’Alpinia, spingendosi sino in Valsesia, con sempre la suocera al seguito.  La bambina aveva sempre con sé una bambola che dopo poco tempo metteva in mano alla nonna, così era libera di tenere per mano la sua mamma e di giocare con lei.
Per la Lilia quella bimba era tutto. Erano i suoi sogni, la sua gioventù mai vissuta, le sue speranze mai realizzate, i suoi desideri di libertà.
Così, decise di prendere la patente.  E così, ogni sera con la bimba al suo fianco partiva da casa e andava in stazione a prendere il marito che tornava dal lavoro con il treno a vapore, il ciuff-ciuff, da Novara.  E sulla banchina della stazione le due ragazze guardavano i treni a vapore andare e venire, guardavano persone salire e scendere e si chiedevano dove andassero e come fossero le loro vite, se diverse dalla loro o se in fondo tanto simili.  E aspettavano l’uomo della loro vita.
Gli anni passarono, e le giornate della Lilia trascorrevano tra un lavoro a domicilio per far quadrare il bilancio familiare e l’uncinetto, la sua vera passione.  Ogni tanto andavano in Svizzera a trovare la sorella e il fratello, l’altra metà di quella strana doppia coppia di sposi.  Giuseppe faceva il barbiere a Crans e poi a Sion.  Non raccontava mai del campo di concentramento, ma una volta disse che fu proprio per quel mestiere che si salvò, tagliando i capelli ai tedeschi.
La vita scorreva via serena, il Nino andò in pensione, la crisi nel settore edilizio fece chiudere anche l’azienda per cui la Lilia lavorava a cottimo, Silvia studiava.
La suocera era morta qualche anno addietro, facendo un ruzzolone dalle scale, non si sa come.  Dunque, finalmente soli, gli sposi;  soli con la loro bambina, quindi soli davvero mai.
Restavano gli altri nonni di cui prendersi cura, e la zia Maria, vedova del minatore Girolamo che, forse per dimenticare le loro miserie, l’aveva picchiata per tutta la vita e che un giorno cominciò a straparlare.  Il medico la fece ricoverare al manicomio a Novara e fu la Lilia ad accompagnarla, sola sull’ambulanza con la Maria che piangeva e le diceva di non lasciarla lì.  Quando tornò, aveva gli occhi rossi e le lacrime non si fermavano. Per quasi un anno andò a trovarla, da sola, ogni settimana. 
E poi la portò via da lì, anche se gli altri non volevano perché l’aveva detto il dottore.  La zia Maria finì la sua vita serenamente, sorridente e senza più lacrime, benvoluta da tutti, in una casa di riposo dove era finalmente trattata come un essere umano, grazie alla Lilia.
Con la Silvia ormai grande, la Lilia costrinse il marito a viaggiare, a vedere quel mondo che lei aveva sempre solo sognato o visto alla tivù. Il mese di agosto al paese in Sicilia, dove era lei a voler andare, dove era lei a mantenere contatti con la famiglia di lui, dove era lei ad avere amicizie e persone con cui chiacchierare. 
E poi, un giorno, il viaggio in Canada dai parenti dell’America, il battesimo del volo con le fotografie accanto al pilota dell’aereo, e una crociera nel Mediterraneo.  E poi, una crociera ogni anno.  Istanbul, Malaga, Barcellona, Malta, le Baleari, a vedere il mondo, la storia, la vita.  Al ritorno, raccontava ogni particolare, mostrava fotografie, portava souvenir per tutti, indicava ogni rovina visitata e ne leggeva la storia sui libri per turisti che comprava ad ogni scalo.  Quello che per lei era la vita, per il Nino erano solo sassi, visto uno, visti tutti.
La vita si stava lentamente rovesciando e avrebbe riversato su di lei ancora altri pesi da portare.
Nella testa del Nino si stavano facendo strada il vuoto, l’incoerenza, l’apatia, l’incapacità di badare a se stessi, il non riuscire più a vivere il quotidiano.  Ci avrebbe pensato lei, la Lilia.
Lui guidava, ché lei dopo un grande spavento aveva abbandonato anche solo l’idea di salire dalla parte del guidatore, lei gli dava istruzioni, come un abile navigatore.
Alla cassa del supermercato lei gli dava i soldi e gli diceva di pagare, poi insieme contavano quanto avevano speso e se il resto fosse giusto.
Lei guardava con lui tutte le fotografie della loro vita, di quando erano giovani, della Silvia piccola, del suo matrimonio, dei nipotini.
Lei gli ricordava di pagare le bollette e gli dava istruzioni su come fare, dove andare, cosa dire.
Lei, che aveva superato un’isterectomia lo stesso giorno della nascita del suo primo nipote, nello stesso ospedale, stesso reparto. Lei che aveva avuto un intervento a cuore aperto, ché le coronarie erano quasi chiuse e avrebbe potuto morire da un momento all’altro.  Lei che aveva avuto un cancro al seno con  asportazione totale.  Lei che aveva anche un tumore alla vescica.
Lei, che un giorno, in cucina, cadde a terra con un tonfo scuro e l’uncinetto in mano.  Lei che ci mise cinque mesi ad andarsene con quella poca dignità che le avevano lasciato.
Lei, la Lilia, la mia mamma.













sabato 13 aprile 2019

LEO - DOPO E PRIMA



LEO - DOPO E PRIMA


Ecco una piccola carrellata di foto al contrario, prima il dopo e dopo il prima.  Protagonista, il Leo.

sabato 10 marzo 2018

LA LILIA




Nel giorno del compleanno della mia mamma - oggi sarebbero 92 ma sono quasi 8 che è andata via -, il mio racconto da lei ispirato e a lei dedicato, "La Lilia", è 7° su 41 partecipanti al Premio Letterario Verbania For Women.  Grazie a lei, alla Lilia, so cosa devo fare ogni giorno per essere una donna migliore.  
Grazie Lilia. 



martedì 20 febbraio 2018

domenica 23 luglio 2017

CRONACHE ANDALUSE



Le strade marmoree di Malaga accolgono chi arriva con garbo e candore, quasi fossero lì a farti capire che ti stavano aspettando.  


Il cielo è blu, anche oltre i teli che coprono e riparano dal sole La Calle Larios.

In fondo, Plaza de la Constitucion offre le immagini della Genesi di Sebastiao Salgado, in un allestimento imponente e magico.

Muri dal sapore arabeggiante e al contempo europeo duecentesco occhieggiano al passaggio e invitano ad entrare in luoghi sacri gotici e barocchi, in un tripudio di statue, madonne, ultime cene, ex voto, santi, ceri accesi - seppur elettrici -, e fanno immaginare cosa possano essere le processioni cattoliche in questa parte di Europa.

Giù verso il porto, col mare che fa da compagno di passeggiata, si spalancano le braccia dell'Artsenal, dove si mescolano arte, cultura, musica, chiacchiere, sangria e balli.  Uno spazio dove artisti in erba, artigiani, cultori dei materiali, si incontrano e fanno sì che le loro opere incontrino l'altro.

La notte, uomini alla guida di mezzi che svuotano i bidoni dell'immondizia, interrati.  Nulla è in strada, non un mozzicone di sigaretta, non cartacce o plastica, nemmeno l'odore dei rifiuti.

I semafori indicano quanti secondi mancano al verde o al rosso e di quanto tempo si dispone per attraversare la strada.  Nessun venditore ambulante, pochissimi mendicanti, nessuna bancarella, ma negozi aperti sino a oltre la mezzanotte.

Una lattina di coca cola, una bottiglietta di acqua, una cerveza, costano 1 euro, anche dal venditore di spiaggia che, per fortuna, gira tra gli ombrelloni a portare fresco conforto.  Con poco si mangia bene e in modo abbondante, e il pesce è fresco, cotto spesso al momento, come alla Cervezeria la Surena, giù al porto, dove il giovedì il secondo piatto è gratis.

Lascio con dispiacere la città di Picasso, la sua casa, le sue opere, le fondamenta della fenicia MalaKa, la città del'arte e della cultura, la città delle mostre e delle esposizioni, una città per tutti.



giovedì 5 gennaio 2017

CRONACHE IRLANDESI

Finally Ireland.
Dublino, città agognata ed ora vissuta per giorni intensi.
Colori grigi attraversano un cielo che la fantasia ha più volte immaginato e lo rendono reale e piacevolmente plumbeo.
Una leggera brezza accompagna chilometri di camminata tra viuzze, strade larghe, autobus alti che ti sfiorano perché non ti ricordi che tengono la sinistra, persone gentili che soddisfano ogni domanda con un "enjoy" e  un ampio sorriso.
Pub affollati e birra deliziosa che va giù in un attimo e richiede subito un altro giro.
Finally Dublin.

sabato 8 ottobre 2016

TEMPUS FUGIT

Come va veloce, il tempo.
La vita si riprende il suo posto
E non lascia tempo ad altro.
Ozio e vagheggio dei giorni andati
Paiono irraggiungibili e lontani.
Nuvole e vento, pioggia e sole
Sembrano fuggire da una realtà incolore.
Ma il colore del tempo lontano
Colma il vuoto del presente.

domenica 15 maggio 2016

Presentazione candidati liste a sostegno di Bernardino Gallo - 13 maggio 2016





Condivido, quale candidata consigliere della Lista UNA a sostegno di Bernardino Gallo, persona che stimo da sempre per la sua onestà e dedizione libera al bene comune.

domenica 3 aprile 2016


Caravaggio Experience - Palazzo delle Esposizioni - Roma - 25 marzo 2016 - Narciso - 
Nessun montaggio, una cosa elementare, ma rende l'idea di stanze silenziose e persone affascinate nell'entrare nelle opere di Michelangelo Merisi.  
Un mondo parallelo e vivissimo di colori e sensazioni, indimenticabile.



sabato 26 marzo 2016

Napoli - Città incoerente. 
Stradine chiuse e senza luce, viali aperti al mare, bettole improbabili e trattorie normali, bancarelle assurde e negozi chic e alla moda.  Un brulicare di umanità le più disparate, a  tratti disposte omogeneamente e a tratti quasi ordinatamente suddivisi in settori della città.  Metropolitana con stazioni straordinariamente belle, come Toledo, e in genere ordinate e pulite, con treni che arrivano con molta calma, quasi un ossimoro per noi che abbiamo stazioni senz'anima ma treni in rapida successione.
Una città ambivalente, che ti lascia qualcosa di non ben definibile, ammirazione a tratti e disgusto pure.  Dai vetri sporchi del Maschio Angioino si vede il Vesuvio e la storia di questa terra entra nella nostra.  Dalle sale non visitabili per mancanza di personale a Palazzo Reale, come altrove, si intravvedono le figure di re e regine volteggiare beffeggiando noi visitatori che riusciamo ad entrare solo in una minima parte delle loro case.
E in ogni bar persone in genere sorridenti ti servono caffè in tazze bollenti e acqua, e ti dicono che non va bevuta dopo il caffè ma prima e che sì, caffè e tazza sono caldi, ma così dev'essere, perché il caffè è un piacere  e vuole il suo tempo.

domenica 20 marzo 2016


Ed ecco che un susino
bianco sbocciò sul verzicar del grano.
Come un sol fiore gli sbocciò vicino
un pesco, e un altro. I peschi del filare
parvero cirri d'umido mattino.
Uscìano le api. Ed or s'udiva un coro
basso, un brusìo degli alberi fioriti,
un gran sussurro, un favellar sonoro.
Dicean del verno, si facean gl'inviti
di primavera. Per le viti sole
era ancor presto, e ne piangean, le viti,
a grandi stille, in cui fioriva il sole.

(Giovanni Pascoli)

giovedì 25 febbraio 2016




Lavoro e torno a casa, esco da casa e vado a lavorare, quando finisco il lavoro a scuola inizio il lavoro in un'altra scuola, poi torno a casa e crollo miseramente ovunque io mi sieda.
Lavoro e dormo, dormo e lavoro.  Sarà questa la vita?  Sarà questo che mi aspetta per i prossimi anni, quelli che mi separano dalla pensione (e non avrei mai pensato di dirlo, mi sento ancora così fanciulla)?
Non è quello che sognavo da bambina, quello che immaginavo da adolescente, quello che mi proponevo di fare come donna energica e in carriera.
E' andata così, la prossima volta andrà meglio.


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mercoledì 25 novembre 2015

we're so vintage...

we're so vintage...

Come eravamo qualche tempo fa.  Fotografie in bianco nero digitalizzate e musicate per non dimenticare.  Un po' di nostalgia ogni tanto, tanti sorrisi - fosse anche solo per l'abbigliamento anni 70.

giovedì 3 settembre 2015

La mia amica ieri mi ha detto che esco poco e che sto troppo tempo in casa.  Non hai mica novant'anni, ha detto, devi riprendere e darti una mossa. Ha ragione, non posso negarlo.  Ma cosa c'è fuori di casa?  La mia cerchia di amicizie è davvero ristretta, anche a causa dell'eliminazione alzheimeriana che si è verificata negli ultimi anni.  Il che è comunque un bene.  E poi ci sono io, che sono fatta così.  Le chiacchiere mi annoiano, i discorsi leggeri anche, gradisco di più conversazioni profonde, quelle che ti scavano dentro, che ti fanno crescere.
Io sono diventata grande in questi anni, ma il mondo attorno a me mi sembra ancorato al superfluo, e a me non interessa. 
Ho imparato a conoscermi, a capire cosa voglio, a non piegarmi ad incontri di circostanza, ad ascoltarmi e a stare sola.  Forse troppo.  Ma le sere trascorse con un libro in mano e i gatti che fanno le fusa mi ripagano di giornate a tratti eccessive e a tratti vuote, mi spediscono in un mondo che sarà anche immaginario ma che è quello che regge il gioco della vita, il mondo dei sogni e dei desideri irrealizzabili.
Cambierò ancora, nulla dura, ma per ora sto tanto bene così.

venerdì 7 agosto 2015

Ho ringraziato uno per uno tutti coloro che mi hanno fatto gli auguri e che mi hanno strappato un sorriso nella giornata di ieri. Sono stati tutti auguri graditi e sinceri e questo rende giustizia dell'uso a volte un po' discutibile che tutti noi facciamo della rete.
Ai miei veri amici dico grazie, grazie di cuore.
A quelli che sono stati amici e che ora non lo sono più, perché pavidi di fronte alle difficoltà che hanno caratterizzato la mia vita negli ultimi anni e che hanno ritenuto più opportuno allontanarsi, dico un grazie forse ancora più sentito: finalmente mi sono liberata di loro, della loro inutilità, della loro incapacità di condividere i dolori oltre alle gioie (quelle è facile condividerle), del loro non essere.
Quello che loro hanno perso, cioè una Silvia sempre disponibile e dedita al prossimo prima che a se stessa, lo hanno lasciato ad altri che ne godono ora.


6 agosto 2015

martedì 9 giugno 2015

Perché sprecare parole e pensieri rivolti a coloro che hanno l'apertura mentale e umana di una formica, chiedendo scusa alla formica... Il pensiero unico che fa scagliare i poveri di spirito contro migranti, derelitti, "barbari" nel senso latino di stranieri, e fa inneggiare al grande valore dei dittatori moderni e di qualche anno, fa la dice lunga su come questo miserabile paese abbia ben lavorato per decretare la morte delle coscienze, dell'umanità, del valore dell'uomo e della natura, della cultura, a favore di un'ignoranza sempre più dilagante e che sarà molto difficile da ricondurre verso un, anche seppur minimo,
"sapere".

sabato 30 maggio 2015

PALERMO CHIAMA ITALIA - 23 maggio 1992 - 23 maggio 2015

Palloncini nel cielo tra nuvole e raggi di sole.  Qualcosa di cupo e qualcosa di luminoso.

Emozione, lacrime, brividi giù per la schiena, nel ricordo di tutti coloro che sono stati uccisi dalla mafia ma che non saranno mai dimenticati.

Ero lì con Avis per l'annuale assemblea dei soci.  E i veri volontari sono loro, volontari "estemporanei ed alternativi", volontari nell'esercizio della legalità, perché solo chi segue la propria utopia, e quella era utopia pura, può davvero realizzare qualcosa che resta e che non si perde nell'effimero delle cose materiale che permeano la vita di tutti i giorni.

L'utopia, che si avvicina sempre più man mano che si realizzano piccoli sogni, è lì a ricordarci che sono loro l'esempio da seguire e sono i loro volti sorridenti ma consapevoli che, portati nei nostri cuori, possono darci una ragione per continuare a seguire la strada che ci hanno indicato.